L’origine dell’insensibilità. Il mio fondamentale contributo alla scienza.

L’avvento dei social ha portato ognuno di noi a contatto con un numero di opinioni, espresse in svariate maniere e nei più disparati luoghi virtuali, estremamente più elevato rispetto a quanto avremmo potuto fare senza internet. Sarà capitato a molti di voi di leggere post e status di conoscenti che esprimono opinioni che vi fanno balzare dalla sedia o vi portano ad assumere quell’espressione della faccia a mo’ di prugna secca, portandovi subito a pensare “aspè, ma chi è esattamente questo che sta a di’ ‘sta nefandezza?”. Magari è uno che faceva la sezione B alle elementari e di cui avete totalmente perso le tracce superati gli undici anni, ma che è inspiegabilmente amico vostro su Facebook. Leggerete allora qualche commento di gente assolutamente estranea a voi, gente che sarà più o meno d’accordo con quanto esposto dal “postante amico delle elementari”. A quel punto cominceranno a prudervi più o meno le mani, a seconda del carattere che vi portate dietro. Ad esempio io “m’appiccio”, di solito entro nella discussione cercando di dire cose sensate con toni che non facciano trapelare l’urlo da Tarzan che mi sta rimbombando nelle tempie. So che molti sono dell’avviso: stai perdendo tempo, tanto è inutile. A volte li invidio per questa loro capacità di non lasciarsi coinvolgere in interminabili e inutili discussioni via etere, a volte no. Mi auto-cito, riportando qui un mio status Facebook, dopo aver infilato la mia testa da pecorella in una discussione tra lupi mannari: “Quando la mattina ti alzi e ti ritrovi a zappare nell’orto più arido ti viene una gran voglia di tornare sotto le fronde rigogliose della tua dimora. Ma ogni tanto bisogna pur andarci nell’orto arido, sennò non abbiamo speranza che ci nasca qualcosa.”
E’ un atteggiamento in cui credo fortemente, ed è forse per questa convinzione che non mi tiro mai indietro quando c’è da discutere con persone estremamente lontane dal mio sentire.

Detto ciò, ultimamente mi sono ritrovato spesso a riflettere, in lunghe elucubrazioni, sul perchè l’essere umano possa essere capace di emotività così distanti fra loro. Perchè persone apparentemente dotate di ogni strumento culturale necessario all’elaborazione della sensibilità si lanciano in espressioni infelici verso altri esseri umani? O , peggio ancora, come possono alcune persone dimostrare “pietà a campione”, mostrando comprensione solo per le categorie a loro più affini? Come si può decidere a esclusione cosa è degno della nostra solidarietà? (ad esempio quelli a cui si stringe il cuore per chi è costretto a rovistare nei bidoni della spazzatura solo se si tratta di italiani ridotti alla fame, se sono di altre nazionalità no).
Perchè di fronte all’immane tragedia dei migranti a Lampedusa io provo un senso di dolore quasi fuori dal tempo e invece c’è chi riesce a guardare il tutto con assoluto distacco se non addirittura con inumano sollievo?
E’ tutto riconducibile all’educazione?
Non possiamo pensare che sia l’unica discriminante, altrimenti tutti i figli di una stessa coppia di genitori dovrebbero sviluppare lo stesso senso di solidarietà e sappiamo perfettamente che non è così.
Probabilmente quindi sarà un mix di elementi a stabilire il nostro grado di sensibilità e senso di giustizia. Ma in che misura e con che rapporto di causa-effetto gli elementi si combinano? Cosa c’è di predefinito e cosa invece viene acquisito?
Cosa c’è realmente alla base della nostra coscienza? (domande semplici oggi)

sacks

Avvitandomi su queste domande giorni fa mi venne in mente un episodio, a proposito dei lobi frontali del cervello, che avevo letto in uno degli innumerevoli racconti di Oliver Sacks.
Sacks citava un caso riportato da Antonio Damasio nel suo libro “L’errore di Cartesio” (un saggio il cui punto centrale si basa sulla considerazione che la ragione si fondi sui sentimenti):
“Un altro caso riportato nella letteratura neurologica è quello di un ex giudice che aveva subito una lesione dei lobi frontali del cervello (causata da frammenti di proiettile) che lo privò del tutto delle emozioni. Si potrebbe pensare che l’assenza di emozioni – e dei pregiudizi che le accompagnano – avrebbero dovuto renderlo più imparziale, miglior giudice, un giudice più unico che raro. Ma egli si dimise, sostenendo che non poteva più immedesimarsi nelle motivazioni delle parti interessate; poichè la giustizia non implica solo pensiero, ma anche sentimento, egli riteneva che la lesione lo avesse reso del tutto inadeguato al suo compito.”

Senso di giustizia e immedesimazione. Portiamo con noi questi concetti nel ragionamento che sto cercando di tracciare.

Concentrandomi su questi due aspetti mi è subito venuto in mente un altro episodio riportato da un autore di cui ho letto ultimamente diversi lavori: il professor Vilayanur S. Ramachandran, uno dei massimi esperti della struttura del cervello e dei meccanismi del funzionamento della mente, attualmente in attività.
“Un paziente di nome Smith sta subendo un intervento neurochirurgico all’Università di Toronto. E’ perfettamente sveglio e cosciente. Gli hanno spruzzato un anestetico locale sul cuoio capelluto e gli hanno aperto il cranio. Il chirurgo introduce un elettrodo nel cingolo anteriore, una regione fronto-temporale dove molti neuroni reagiscono al dolore. IL chirurgo scopre che un neurone si attiva ogniqualvolta si punge con un ago la mano di Smith, ma si sbalordisce vedendo che, subito dopo, lo stesso neurone si attiva altrettanto energicamente quando Smith si limita a guardare un altro paziente che viene punto. E’ come se il neurone (o il circuito funzionale di cui esso fa parte) provasse empatia per l’altra persona. Il dolore di un estraneo diventa, quasi alla lettera, il dolore di Smith. Secondo la mistica indiana e buddhista, non c’è alcuna sostanziale differenza tra se stesso e l’altro e la vera illuminazione deriva dalla compassione, che elimina questa barriera. Un tempo credevo che fossero solo chiacchiere dell’apologetica religiosa, ma qui ci troviamo di fronte a un neurone che non conosce la differenza tra se stesso e l’altro. Forse il cervello umano ha, unico fra tutti, l’empatia e la compassione inscritte nei geni?”
I circuiti neuronali di cui parla Ramachandran vengono più comunemente chiamati “neuroni specchio”, la loro scoperta è dovuta ad un ricercatore neuroscienziato italiano, Giacomo Rizzolatti, e alla sua equipe dell’università di Parma e risale al 1992. Tale scoperta ha posto le basi fisiologiche dell’empatia.
I neuroni specchio non sono una peculiarità della specie umana, ma sicuramente l’utilizzo che noi ne facciamo è assolutamente singolare e estremamente più sofisticato di quanto possa fare una scimmia. Grazie a loro siamo capaci di astrarre, di prevedere il comportamento altrui e di imitarlo (abilità che ci ha aperto la strada all’ereditarietà culturale delle capacità sviluppate a affinate da altri, svincolandoci dall’evoluzione darwiniana), potrebbero trovarsi alla base anche della nascita e dell’ apprendimento del linguaggio complesso.
L’abilità imitativa può dipendere dalla capacità squisitamente umana di “adottare il punto di vista altrui”. E’ essenziale vedere il mondo con gli occhi di un’altra persona per poter elaborare un modello mentale dei suoi complessi pensieri e propositi, e quindi prevedere e manipolare il suo comportamento. Questa capacità, chiamata “teoria della mente”, è propria sola dell’uomo.
E’ l’interazione dinamica tra i segnali provenienti dai circuiti inibitori frontali (quelli cioè che reprimono l’imitazione automatica), i neuroni specchio e i segnali nulli dei recettori (cioè quelli che trasmettono il “non mi sto toccando io” quando riceviamo l’input visivo di qualcuno che si tocca) a permetterci di godere della reciprocità con il nostro prossimo preservando al contempo la nostra individualità.

Empatia, immedesimazione e senso di giustizia. Dopo queste incursioni nel mondo delle neuroscienze mi appare evidente che il tutto sia collegato e che è in questa rete di collegamenti che si nascondano le risposte alle mie domande.
Quando vediamo qualcuno in difficoltà ora sappiamo che un determinato circuito neuronale si attiva come se fossimo noi a trovarci in quella situazione, che questa facoltà ci è stata data dall’evoluzione ed è stata essa stessa parte fondamentale per il nostro ultimo e più importante balzo evolutivo, sappiamo che altri circuiti del nostro cervello distinguono tra la simulazione (quindi il “come se fossi io”) e la realtà di quello che ci accade in prima persona.
Posso, a questo punto, ipotizzare che le differenti reazioni che abbiamo di fronte alle ingiustizie, ai maltrattamenti altrui, alle situazioni di disagio e, più in generale, agli avvenimenti che riguardano altri esseri umani, siano  dovute ai nostri meccanismi celebrali di risposta e inibizione all’input.
Dove vanno a finire l’educazione e la cultura in tutto ciò? la base biologica che ipotizziamo può dunque escluderle dal processo di formazione della sensibilità di un individuo?
La risposta è no, proprio in base a quanto ultimamente stiamo scoprendo sull’interazione tra neuroscienze e antropologia. Questa nuova fetta del sapere infatti ci racconta di quanto l’uomo nasca non biologicamente definito a livello celebrale e quanto la cultura interagisca con i processi di selezione neurale all’interno della crescita psico-fisica di un soggetto.
Gli studi di Gerald Edelman hanno supportato dal lato scientifico questa teoria. Possiamo riassumere il complesso pensiero del biologo statunitense, premio Nobel, con un’esemplificazione tratta dal suo monumentale trattato “Sulla Materia della Mente”:

“In estrema sintesi, la Groups Neuronal Selection Theory  [”teoria della selezione dei gruppi neuronali”] si fonda su tre pilastri principali quali principi evolutivi:

  1. quello della selezione neurale nello sviluppo fetale (repertorio primario delle mappe funzionali);
  2. quello della selezione neurale dipendente dalle esperienze dell’animale nel corso della sua esistenza (repertorio secondario delle configurazioni funzionali di mappe e circuiti);
  3. il rientro nelle mappe di reti neuronali di segnali nella percezione del vissuto nel mondo esterno che le aggiornano continuamente nelle loro connessioni simpatiche producendone il mutamento continuo è la parte più importante del processo.

(mi fermo qui sulla questione “interazione biologia-cultura” perchè ho scritto la mia tesi di laurea su questo argomento….e se attacco non mi fermo più, come i veterani con le storie di guerra….)

Questa influenza però non ci garantisce un risultato sempre uguale e perfetto. Per questo motivo ci troviamo di fronte a persone con la compassione pari a quella di un boia della Rivoluzione Francese nonostante una famiglia accorta, come invece possiamo trovare persone provenienti da famiglie e contesti culturali poveri di tatto che invece empatizzano e avvertono vicinanza con persone e situazioni anche se non sono coinvolte in prima persona.

Quindi, riassumendo, dove voglio andare a parare?
Le conclusioni sarebbero: la diverse sensibilità sono frutto di possibili diversità biologiche di partenza su cui influiscono indubbie diversità di educazione e cultura. (sembra la scoperta dell’acqua calda messa così, lo so, ma ricordiamoci da quale ragionamento veniamo)

Dopo essermi data questa spiegazione mi sono fermata a riflettere: è quindi possibile scuotere il boia in qualche modo? E’ utile parlare con lui? E’ possibile fargli cambiare punto di vista?
Mi verrebbe d’istinto tirare fuori la buona e cara scommessa pascaliana, quindi nel dubbio, crediamo!
Ma non mi convince.

Terminerò questo post dichiarando apertamente di non avere una vera e propria risposta al dilemma del boia. Ma che intanto l’ho posto! e che continuerò a pensarci intensamente…e vorrei che ci pensaste intensamente anche voi, infilandovi in queste inutilissime-utilissime teorie strampalate, assemblando premi Nobel e luminari della scienza così come vi dice la testa…

In Fede
Tony Huttumblr_lbqh94JgUU1qeham5o1_500

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