La natura provvisoria dell’addio

Mi penzola il braccio
goffo.
In mano un gelato Cucciolone
smangiucchiato dal lato del cioccolato,
la barzelletta sopra il biscotto è incomprensibile
come tutto quello che mi circonda.
Ho percorso 1420 Kilometri
su terra, mare e rotaia.
Ho dormito in rissose stamberghe
con la solitudine nelle ciabatte.

Ad anni luce dall’alba
che ci aveva trovato
assiderati e sereni
dentro un Suzuki Vitara
e
una colazione
a base di sugo di cinghiale
e complicità.

Non ho l’appetito di quell’alba
ora,
dopo giorni e giorni
di bruciori di stomaco
e salse troppo forti,
mi arrendo anche a questo gelato.

Assisto alla sequenza di un film muto.
Le bocche si muovono
ma il dialogo è privo di interesse.

Cerco un contegno
nella postura,
ma l’intento naufraga
nella condizione inerte
del mio braccio
che stringe la metà inconclusa
del gelato,
senza sapere cosa farne.

Una banale e irriverente cornice
accompagna il suo ultimo voltarsi
e allontanarsi.

Concentro il mio sguardo1928: Buster Keaton in "Steamboat Bill, Jr."
sul nome del binario giusto da prendere
e la memoria
comincia a cancellare
tutte le indicazioni che
con insostenibile premura
mi aveva impartito
per tornare
indietro.

Ho come l’impressione
che la pronuncia di un addio,
la calda consapevolezza
di poter lasciarsi andare
ad un sontuoso pathos,
configuri un ritorno

non previsto

ci diciamo
ciao
e ci salutiamo per sempre.

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