Cattività: un eufemismo non troppo velato

Nella strampalata multiforme rassegna stampa con cui mi trastullo ogni mattina facendo colazione c’era stamattina questo filmato:

Seguo le attività del Centro Recupero, Tutela e Ricerca Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone da molto tempo. Lo ritengo un luogo speciale, in cui si compie quel piccolo miracolo che si chiama “rispetto della natura”.
In questo posto si pone rimedio alle scempiaggini della presunta onnipotenza umana e in parte a eventi casuali che portano al ritrovamento di animali selvatici in difficoltà.
La filosofia che regola ogni attività di recupero è il minor contatto umano possibile con gli animali nel rispetto della loro selvaticità, poichè fin da subito lo scopo da perseguire, per quanto il soggetto coinvolto sia compromesso a livello fisico, è la loro reintroduzione. Sostanzialmente: la loro libertà.
Se si scorrono le storie dei lupi di cui questo centro si è occupato possiamo notare come alcuni di loro, dopo il rilascio, abbiano comunque fatto “una brutta fine”. Ma il punto è questo: non importa. Non vogliamo salvarli da tutto, vogliamo salvarli dall’incuria dell’uomo, vogliamo ridar loro una possibilità, consapevoli che nel “pacchetto libertà” siano comprese tutte le eventualità, anche la morte.
Lo scopo non è la vita a tutti i costi, altrimenti questi lupi sarebbero mantenuti a ingrassare dentro dei recinti, al riparo da tutto, monitorati e tenuti in buona salute dalla mano dell’uomo.
La cattività.

Tornando alla mia quotidiana colazione, dopo aver alzato lo sguardo dallo schermo ed essere tornato al mio latte macchiato e alle mie fette di pane e nutella, mi sono guardato attorno.
Da circa due mesi ho lasciato la roboante vita cittadina, il quinto piano di un condominio a ridosso del centro storico di Bologna, per rifugiarmi in collina, in un rustico appartamentino al pian terreno, nel mezzo delle ordinate campagne tosco-emiliane.
In questo cambio di routine mi hanno seguito i due gatti che condividono la mia dimora da più di tre anni e l’ultimo arrivato, un piccolo meticcio di sei mesi.
In questi anni di vita urbana ho provato costantemente un sottofondo di tristezza nel vedere questi felini trascorrere le giornate da un divano all’altro, fissando lo scorrere delle automobili o i balconi dell’hotel di fronte. Per quanto recuperati da situazioni ben peggiori rispetto alla vita che gli stavo facendo condurre, per quanto ponessi l’attenzione alla loro nutrizione, alla loro salute e al loro “intrattenimento”, non riuscivo a distogliermi dall’idea della gabbia dorata.
Così, da due mesi a questa parte, oltre la porta di casa c’è Il Mondo e non una scalinata che conduce ad un’altra porta. Dunque, attesi i tempi di riadattamento, sono giunto al momento della apparentemente banale decisione del “li lascio uscire?”.
E qui tutta la mia cieca umanità si manifesta.
Eh si, la libertà comporta una buona dose di imprevisti, anche spiacevoli. Primo tra tutti: l’investimento da parte di automobili, dopo di che una serie di interrogativi: sapranno orientarsi? sapranno riconoscere i pericoli?, e il più difficile da digerire, vorranno tornare?
Non puoi parlare con loro, non puoi convincerli, non puoi raccomandarti, non puoi dar loro indicazioni, orari, rassicurazioni, non puoi dir loro che ti mancheranno se non dovessero tornare più, non puoi spiegare quanto sia difficile per te stare calmo e confidare nella buona sorte e nelle loro capacità. Puoi solo guardare i loro occhi colmi di curiosità, le loro code agitate e aprire la porta.
Hanno vissuto fin ora tra quattro mura, potrebbero tranquillamente continuare a farlo e guardare il mondo da un oblò….ma “mi annoio un po’”. Quindi da tre giorni ogni mattina apro la porta e il più intraprendente dei due gatti esce (inutile dire che il cane fa dentro e fuori fin da subito).
Il primo giorno ho passato tre quarti d’ora in uno stato di torpore, guardando attraverso la porta finestra la sagoma di Grisù scomparire nel buio dei cespugli….salvo poi vederlo riapparire dopo un’oretta a bussare per rientrare.
Attualmente, al giorno tre di potenziale libertà, è tornato ogni volta. Ma la mia mente deve tenere presente, attività difficilissima, che esiste la possibilità che scelga la libertà totale.
Il mantra che continuo a ripetermi è che questi animali non sono accessori della mia esistenza, che la mia coscienza conosce il valore di una porta aperta e continuare a tenerla chiusa nutrirebbe solo il mio egoismo.

Quanto autocontrollo e razionalità ci vogliano dio solo lo sa! Ma nell’immancabile atteggiamento genitoriale e protettivo che assumiamo nei confronti degli animali domestici cerchiamo di fare i “buoni genitori” e lasciamo le porte aperte, per quanto ci sia possibile.
Forza e coraggio!
victor macarolFoto © Victor Macarol

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